Fino a dove può portare la malattia mentale? Fino alle conseguenze peggiori, come il suicidio. Dagli Stati Uniti arrivano una storia drammatica e un invito fortissimo a ripensare il nostro modo di rapportarci con chi soffre di disturbi mentali
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La storia di Katie Shoener, una ragazza americana di 29 anni di Scranton (Pennsylvania), è una di quelle vicende dure e difficili da accettare. Eppure il presente è costellato di storie di sofferenza come queste, che qualcuno finalmente trova il coraggio di raccontare senza schemi preconcetti. Chi ha trovato la forza di farlo in questo caso è il padre di Katie, Ed, che solo poche ore dopo aver appreso della morte della figlia ha iniziato a scriverne il necrologio, pubblicato poi sul quotidiano locale di Scranton, The Times Tribune.

“In questo modo sentiva di potersi prendere cura ancora una volta della sua bambina”, scrive Colby Itkowitz sul Washington Post, che per primo ha raccontato la vicenda. Katie era in ospedale da undici anni e quando la notte del 3 agosto scorso la polizia ha bussato alla porta di casa Shoener i suoi genitori sapevano già per quale motivo gli agenti erano lì.

Ecco le parole usate dal padre di Katie:

“Kathleen ‘Katie’ Marie Shoener, 29, ha combattuto il disturbo bipolare dal 2005, ma alla fine ha perso la battaglia mercoledì (il 3 agosto, ndr) togliendosi la vita al Lewis Center, Ohio. Troppo spesso le persone che hanno una malattia mentale sono noe come la loro malattia. La gente dice “lei è bipolare” o “lui è schizofrenico.” Nel corso dei prossimi giorni, quando parlerete di persone come Katie, vi prego di non utilizzare quella frase.
Le persone che hanno il cancro non sono il cancro, quelli con il diabete non sono il diabete. Katie non era bipolare – ha avuto una malattia chiamata disturbo bipolare – Katie era una bellissima figlia di Dio.”

Dopo questo appello disperato il padre di Katie prosegue il necrologio cercando di spiegare meglio il senso del suo discorso:

“Il modo in cui si parla delle persone e delle loro malattie colpisce le persone stesse e il modo in cui trattiamo la malattia. Nel caso della malattia mentale c’è così tanta paura, ignoranza e attitudine all’offesa che le persone che soffrono di malattie mentali soffrono ulteriormente e inutilmente. La nostra società non fornisce le risorse che sono necessarie per comprendere e curare le malattie mentali in modo adeguato. Nel caso di Katie, lei ha avuto le migliori cure mediche disponibili, ha sempre preso i farmaci che le erano stati prescritti e lei ha fatto del suo meglio per essere in buona salute e gestire questa malattia, ma non è stato abbastanza.”

C’è anche una motivazione religiosa dietro le parole di Ed Shoener, cattolico e diacono nella sua chiesa, ma il messaggio che ha voluto trasmettere attraverso il necrologio di Katie è profondamente laico:

“Un giorno si troverà una cura anche per queste malattie mentali, ma fino ad allora abbiamo bisogno di sostenere ed esser compassionevoli con chi ne soffre, tanto quanto sosteniamo coloro che soffrono di cancro, malattie cardiache o di qualsiasi altra malattia. Sappiate comunque che Katie era una persona dolce e meravigliosa, che amava la vita, le persone intorno a lei oltre a credere in Gesù.”

Circa 5 milioni di americani, il 2,6 per cento della popolazione, soffrono di disturbo bipolare, ma solo circa la metà si fa curare, almeno secondo l’Istituto Nazionale di Salute Mentale americano citato dal Washington Post. In Italia la situazione non è molto differente, si parla di oltre 1,5 milioni di persone.